sabato 2 aprile 2016

L'ultima fuga

Mi aspettavo una di quelle letture da pugno nello stomaco, come sempre mi accade quando affronto certe tematiche, ma non è stato così. E' stato ancora peggio perchè, alla fine delle 357 pagine, ci si ritrova a tifare per i cattivi.

L'ultima fuga
Renato Vallanzasca, il bel Renè, il bandito per eccellenza, si racconta in modo libero, naturale, non nascondendo nulla del suo passato, nè gli omicidi nè le rapine nè tantomeno i rapimenti. Dal quartiere milanese della Comasina al carcere di Rebibbia, dalla fuga tramite l'oblò di una nave durante un trasferimento al lavoro presso la coperativa esterna, dalla moglie attuale ed i figli avuti in passato al carcere di Bollate, luogo della sua redenzione.
Un uomo può sopravvivere al suo passato? Può essere perdonato per quello che ha fatto? Può essere guardato con occhi diversi da quelli d'accusa delle guardie, di rabbia delle vittime e di pregiudizi degli esterni?
Sì, se è quell'uomo il primo a farlo. E Renato, in questo libro, lo fa.

Del romanzo è esemplificativo un paragrafo dell'ultimo capitolo.
[cit.] ... avrebbe voglia di andar via, più lontano che può, pedalare senza mai fermarsi, guardare avanti e basta, sino al Paese Dove Nessuno Ti Può Fermare. Esiste? No che non esiste. No, perchè non si può cancellare ciò che si è stati e ciò che si è. No! Ci sono posti nella mente che forse sono veri, o forse sono falsi. Val la pena di rincorrere la memoria? Io ricordo, dunque sono. La memoria costruisce l'avvenire.

Ammetto: si arriva alla fine della lettura dispiacendosi per ciò che ha vissuto, Vallanzasca, nella sua vita. Perchè si fa in fretta a dire che lui era (è) un criminale, che ha rapinato, ucciso, rapito, sconvolto una città, un paese intero. Si fa in fretta a dire che è scappato, che è evaso, che è colpevole. Si fa in fretta a puntare il dito, lasciandosi guidare dai pregiudizi, dalle voci di quartiere, dagli articoli di giornale. Si fa in fretta a dire è colpevole. Buttiamo via la chiave. A morte.

Ma io al confine con la Comasina ci sono cresciuta, ho visto con i miei occhi, sulla pelle di alcuni amici dei miei, nei loro racconti, nei loro sguardi, come le scelte di ogni persona non siano dettate solamente dal proprio essere, ma da un contesto.
Un quartiere dormitorio, alla periferia di una città che quarant'anni fa si prestava a diventare il centro economico delll'intera nazione, può fare la differenza. Si cresce senza nulla, non si arriva a fine mese, non si mangia, non si sopravvive. 
Non lo sto giustificando, come ho detto prima le scelte di ognuno di noi sono anche dettate dal nostro essere, e quindi siamo tutti consapevoli di ciò che facciamo.

Ma c'è un ma successivo a tutto questo.
Perchè ognuno può aver preso la propria strada, buona o cattiva che sia, in salita od in discesa, irta di ostacoli o libera come un'autostrada. Un uomo si porta sulle spalle, nella mente, nell'anima, il suo passato e tutto ciò che ne consegue, e ci dovrà convivere finchè avrà piede sulla terra. E' l'uomo stesso il secondo giudice di se stesso.

Il contorno deve rimanere contorno. 
Ma nessuno - nessuno - può giudicare il nostro operato: gli unici a cui è concesso farlo si chiamano Giudice e Dio. 
E a volte possono essere la stessa persona.

Si può continuare a vivere in attesa del domani, anche quando il domani è già ieri?
- Renato Vallanzasca

1 appunti di viaggio:

acquerello attimo ha detto...

Ho sempre sentito il fascino della figura di Vallanzasca... Più un personaggio da romanzo che una persona... Il bandito per eccellenza, come dici tu. Sono molto curiosa di questo libro. E la tua recensione (che ero certa che tu, con i gusti simili ai miei, avresti apprezzato) mi ha convinto ancora di più...