sabato 12 marzo 2016

Io, morto per dovere

Prima ancora che uscisse il film alla televisione - con un grandissimo Beppe Fiorello protagonista - il libro era già tra le mie mani, procurato grazie all'amico libraio (che ogni volta che mi vede entrare in negozio si sfrega le mani soddisfatto!).

Potete già intuire, dal titolo del romanzo, che è una di quelle storie, le mie storie.

Io, morto per dovere
La storia biografica, scritta postuma da alcuni giornalisti in collaborazione con la vedova Monika, di Roberto Mancini, il poliziotto che diede il via alle indagini sulla Terra dei Fuochi in Campania. Poliziotto che non si preoccupò di fare nomi e cognomi, che si fece beffa dei politici, che pestò i piedi ai superiori, che scese in piazza con gli abitanti del posto, che alzò la voce davanti all'indifferenza, all'omertà, alla finta indignazione di chi, su quei campi, su quei terreni, tra quelle case e quelle vite, spargeva rifiuti, liquami, merda tossica. Poliziotto che non si vide risconosciuto il lavoro svolto, che si chiese che fine fecero i suoi rapporti, i suoi scritti, le sue indagini. Poliziotto che ci mise la faccia, la vita, i colleghi, la famiglia.
Uomo che ricevette in cambio la morte.

E ho pianto, lo ammetto, senza vergogna.
Ho finito di leggere questo romanzo mentre ero dalla parrucchiera, con la tinta in testa ed il vociare delle altre clienti nelle orecchie. 
E ho pianto, senza riuscire a fermare la lacrima che scendeva dai miei occhi. Davanti alla preoccupazione della parrucchiera, che si chiedeva cosa diamine fosse successo, con me che tra i singiozzi rispondevo tranquilla, è colpa del libro.

Le lacrime non erano per dolore, per le vittime che - ora lo sappiamo - muoiono ogni giorno in quella fottuta zona campana in cui l'aria è avvelenata, l'acqua è avvelenata, la terra è avvelenata. La vita è avvelenata. 
Le lacrime non erano per sofferenza, per il protagonista che si fa un mazzo tanto e si ritrova con delle indagini insabbiate, nascoste, celate ai più. Indagini che verranno alla luce vent'anni dopo, quando ormai è impossibile nascondere i fattacci, quando ormai i protagonisti stanno morendo, quando ormai i tumori si stanno portando via i loro occhi, le loro labbra, le loro menti.
Le lacrime non erano per amore, quello appassionato di una moglie devota che è stata accanto, nella vita e nella morte, ad un uomo in divisa. Una divisa che per alcuni uomini - Uomini con la U doverosamente maiuscola - è una famiglia, è una missione, è una vita.

Le lacrime erano per rabbia. La rabbia di chi come me crede in una giustizia, crede che gli uomini in divisa siano tutti eroi come Roberto Mancini, crede che i poliziotti siano persone che portino alla luce storie sommerse, crede che la Divisa - Divisa con la D doverosamente maiuscola - sia qualcosa che vada al di là di una giacca e di un paio di pantaloni, ma che anzi sia un credo, un qualcosa che ti faccia svegliare al mattino per garantire i diritti, migliorare il mondo che ci circonda e la vita delle persone.

E sì, ho usato parole in questo post che non sono da me - fottuta, merda, mazzo tanto.
Ma solo perchè la rabbia è ancora tangibile, perchè so che purtroppo non tutti i poliziotti sono così.
Non tutti sono eroi, non tutti pensano a salvare il paese, non tutti fanno distinzioni tra criminali e vittime. 

C'è una differenza tra legalità e giustizia.
Lo dice il protagonista nel libro.
Ed è vero.
Fottutamente vero.

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