domenica 25 maggio 2008

België, Belgique, Belgien .. ed ecco a voi, il Belgio !

Estate 2005. Si potrebbe pensare di andare ovunque in vacanza in Europa, sono migliaia i posti, le località e i villaggi che vivono di turismo, migliaia le persone che vivono di turismo, e migliaia i motivi che potrebbero portarti in un determinato luogo.

Ma scegliere il Belgio per trascorrerci la settimana di Ferragosto .. beh, vuol dire che i motivi li hai proprio vagliati tutti, e bene, prima di decidere.

Il Belgio è un paese strano, eternamente e radicalmente diviso in tre principali regioni, ognuna delle quali vorrebbe avere il sopravvento, e soprattutto il controllo, sulle altre. Fiandre contro Vallonia, e Bruxelles in mezzo a cercare di arbitrare l'eterna lotta. Abitanti che parlano solo in lingua fiamminga a nord, abitanti che parlano esclusivamente francese a sud, e il centro, bilingue.

La cattedrale di Aalst

Il viaggio, tutto sommato, è andato benissimo. A parte il tempo, che è molto simile a quello inglese, quindi nella stessa giornata si passava dal sole a picco alla pioggia, dalla brezza primaverile alla grandine. Ma una volta fatta l'abitudine, bastava vestirsi a strati e viaggiare muniti di ombrello, e il gioco era fatto!

I canali di Bruges


Il percorso che abbiamo seguito ci ha permesso di vedere il paese sotto ogni aspetto, guardando con i nostri occhi le loro realtà e soprattutto cercando di capire come possono vivere in questo dualismo perenne.

Aalst, la cittadina dove soggiornavamo, è un importante nodo ferroviario della regione delle Fiandre.

Brugges è una cittadina medievale, ricca di canali e strutture gotiche. Nel 2000 è stata dichiarata Patrimonio dell'Unesco.

Entrambe legate alle tradizioni dei Paesi Bassi, entrambe con uno stile architettonico a metà tra il gotico e l'inglese. Ricche di vita, di giovani, di movimento. Piene di cultura, di musei, di cattedrali.

La Grand Place di Bruxelles

Bruxelles. La capitale del paese. Bivalente, bilingue, biculturale. Per essere degna del nome di capitale deve assecondare i fiamminghi, quindi seguirne lo stile, creare palazzi al loro livello, e assecondare i francesi, parlando la loro lingue, scrivendo cartelli con le loro lettere. Eppure deve riuscire anche ad essere superiore a loro. E ci riesce, perfettamente. Imponendo il suo stile, imponendo le sue leggi. A Bruxelles non ci sono solo fiamminghi e francesi, non ci sono solo nordisti e sudisti. Ci sono uomini. Ci sono donne. Uguali persone con uguali diritti ed uguali doveri. Dopotutto, la Commissione Europea non ha sede proprio in questa città?

Panoramica di Ostende

Mare del Nord. Mare freddo, cupo, impetuoso. Spiagge grigie, assolate, desolate. Città che vivono per il mare, città che vivono per quel che il mare può donare loro, nel bene e nel male. Ostende è una di queste. Noi, provenienti da un'Italia in cui la temperatura media si aggirava intorno ai trenta gradi, soffrivamo un freddo allucinante. Qui di gradi ce ne saranno stati quindici, se andava bene. Accentuati da un vento gelido, ghiacciato. Eppure loro, abituati a tutto questo, erano in spiaggia, in costume, a fare il bagno o a prendere il sole. Beatà ingenuità !

La collina di Waterloo

E quasi alla fine del nostro viaggio, Waterloo. L'epicentro dell'ultima battaglia di Napoleone, in cui lui e le sue truppe vennero definitivamente sconfitte dalla coalizione di Inghilterra, Austria, Russia, Svezia ed Olanda. Il simbolo di questa battaglia, ma soprattutto il simbolo di un personaggio storico di estrema importanza come Napoleone, è tutt'ora presente, e vivo, in questa cittadina. Meta di turisti armati di macchina fotografica, di turisti pronti ad affrontarne la scalinata che porta alla vetta, la collinetta con il Leone sulla cima è lì, ferma, immobile, a guardia di segreti, di memorie, di racconti che nessuno potrà più rivivere.

Ma c'è un posto, tra tutti quelli visitati in quella settimana, che mi è rimasto particolarmente nel cuore. Un luogo carico di emozioni, di sentimenti contrastanti. Un luogo dove tutt'ora aleggia un'aria di morte, un'aria di rabbia, di urla e di pianti. Una località che i miei compagni di viaggio non conoscevano, ne ignoravano addirittura l'esistenza. Ma che alla fine, dopo aver visto con i propri occhi, aver ascoltato con le proprie orecchie, e aver capito quale sofferenza gli italiani hanno dovuto subire per la libertà, per la vita, dopo aver scoperto tutto questo e averne vissuto parte dei ricordi col proprio cuore, mi hanno ringraziato di aver fatto conoscere loro.


L'interno della fabbrica di carbone di Marcinelle

Marcinelle: 8 agosto 1956. All'interno di una galleria della miniera di carbone, un incidente provoca un disastro di immane proporzioni. 262 morti, 12 superstiti. Famiglie spezzate, bambini rimasti improvvisamente orfani e mogli troppo giovani per rimanere vedove.

Tutto per un pezzo di pane, per una paga più alta, per permettere ai parenti rimasti in Italia di avere una vita non più agiata, ma solamente per vivere. Sacrificare i propri polmoni, i propri occhi, il proprio cuore, la propria vita, per vedere i propri figli crescere, senza la vergogna di non avere nulla, senza la paura di non poter proseguire il cammino.

Ma vale la pena sacrificare ciò che sia ha di più caro al mondo, la propria vita, per tutto questo?

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